La miseria del Gigante. Capitolo 1

La miseria del Gigante. Capitolo 1

1.


Il primo giorno al siderurgico volevo già morire. Di una morte rapida, senza agonia. Semplicemente sparire dalla faccia della terra. Disintegrarmi.
Prima di entrare, guardai il cielo affumicato. Gli operai che superavano i tornelli. La recinzione arrugginita che circondava tutto l’impianto. Non c’era verso di stare tranquilli.
Trascinai l’angoscia oltre. Varcai la soglia. Era pieno di gente. Tutti sapevano dove andare. Li invidiai profondamente. Appena trovai la portineria, dissi nome e cognome: Franco Basile. Inizio oggi. 
Un uomo pensieroso faceva le parole crociate. C’era odore di chiuso e dopobarba. Alzò la testa, fissando qualcosa di misterioso nell’aria, che non vedevo. Continuava a guardare mentre una ruga gli cresceva sulla fronte. 
«Nosocomio» gridò «nove lettere, verticale, ci sta.» 
Sembrava avesse trovato un tesoro in fondo al mare. Gli si era illuminata la faccia. 
Ripeté il mio nome, come se dovesse metterlo nelle caselle del cruciverba. Potevo vederlo in una nuvoletta che aleggiava sopra la sua testa. Aprì un grande registro, seguendo l’ordine alfabetico.
«Annachirico, Attanasio, Azzolina, Baldacconi...» 
Ci volle del tempo. Non riuscivo a stare fermo sulle gambe. Ero infastidito soprattutto dalle zaffate di dopobarba. Odio i profumi, fanno venire il mal di testa.
«Basile Franco. Eccoti qua. Tub1.»
Fece una croce di fianco e andammo insieme nel magazzino del personale. Chiese la taglia. 
Dissi che la M poteva andare bene. Per le scarpe, 42. Non c’era. Presi il 43. Avrei messo delle solette perché calzassero meglio. 
Nello spogliatoio infilai la tuta da lavoro. Seduto su una panca, indossai le scarpe. Erano scomode e dure. Osservai gli armadietti chiusi. L’osso di una saponetta abbandonata sopra il lavandino. L’aria sapeva di calzini sudati. Trattenni il fiato per qualche secondo. Presi coraggio e pensai alla fortuna di avere finalmente un lavoro. Ero pronto. Terrorizzato e felice.
Nel Tub1 tremavo fin sopra la cima dei capelli e avevo le palpitazioni. Probabilmente, sarei svenuto se non fosse stato per un tizio che doveva affiancarmi.
Aveva sessant’anni e un principio di disprezzo negli occhi. 
Lo chiamavano Lingualunga. All’anagrafe era Giuseppe Ippolito.
«Benvenuto all’inferno, giovane.»
Poche parole e uno sguardo di pietra. Così, feci la sua conoscenza.
Due centimetri di sigaretta gli fumavano tra le labbra. Fece un cenno nervoso. Seguii gli anelli di fumo che si lasciava alle spalle. Girammo per il tubificio. Nonostante tutto, l’agitazione era quasi passata. Stavo meglio. Quell’uomo era tranquillizzante, a modo suo.
«Qui si fanno i tubi. Tutti quelli che puoi immaginare. Il reparto è fatto a ferro di cavallo. Da una parte arriva il treno con le lamiere e dall’altra caricano i tubi finiti. In mezzo scorre un mare di lavoro. Le presse danno la forma. Prima una U, poi una O. Le saldatrici puntano veloci. Sono dodici. Sei per l’interno e sei per l’esterno. Qualcuno controlla le imperfezioni, gli eventuali laschi. Il nastro trasportatore avanza sempre. I molatori ripuliscono dalle bave. Il primo addetto al controllo qualità verifica il livello di perfezione. Se tutto va come deve andare si passa all’espansione. Nel tubo, tappato da una parte, viene sparata acqua emulsionata ad alta pressione per renderlo uniforme. Un ultimo controllo qualità. Sul bordo interno, con della vernice bianca, vengono impresse le caratteristiche principali: peso, lunghezza, tipo di acciaio utilizzato. Se qualcosa va storto, in questo travaglio, chiamano noi. Quando suona la sirena, dobbiamo essere pronti.»
Se avessi avuto uno specchio, l’avrei visto bene il tremolio incessante della palpebra sinistra. L’evidenza pulsante del mio nervosismo. Perché ero nervosissimo. Avevo le mani sudate. E non sapevo dove metterle. Le infilai in tasca, ma erano bollenti e bruciavano sulle cosce; poi le poggiai sui fianchi. E provai una piccola vergogna, per un attimo, perché sembrava che aspettassi un amico sul bordo della strada. Mi grattai un orecchio. Non c’era verso di tenerle ferme.
Lingualunga, accese una nuova sigaretta. L’altra fumava ancora ai suoi piedi. Quell’uomo era un caminetto. Gli avrei voluto rispondere che ero nato pronto, utilizzando una battuta che avevo sentito in giro. Ma ebbi il pudore di restarmene in silenzio. Non ero pronto per niente. 
A colpirmi di più fu il rumore. Un rumore preciso, come il ticchettio di un orologio, ma diecimila volte più forte. Erano le presse che si muovevano in automatico, la resistenza dell’acciaio a contatto con le mole che spargevano scintille tutto intorno e i rulli del nastro trasportatore che gemevano appena in sottofondo. Sembrava una sinfonia con una sua logica precisa. Il ciclo continuo della produzione suonato all’infinito. Uno sfinimento nelle orecchie mutato in armonia matematica. Un ritmo senza un’anima.
Lingualunga parlava delle procedure, di cianfrini e ganasce, carriponte e cilindri d’acciaio. 
Non riuscivo a stargli dietro. Era nel suo elemento. Ma ci stava stretto. 
Potevo indovinarne un malumore nascosto. Ogni tanto, mentre lo ascoltavo, faceva una pausa tra un discorso e l’altro, sospirando con amarezza. Poi il rumore copriva le parole. Ero confuso. Annaspavo e ritornò la paura.
Ma dove ero capitato?
Avevo scritto tutto in faccia, perché d’un tratto Lingualunga abbozzò un sorriso che gli riuscì male. Non doveva essere proprio un campione in quel esercizio. 
Disse che ci avrei fatto l’abitudine e aggiunse solo tre parole: «L’abitudine rende schiavi».

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